È mezzanotte e mezza passata e sono appena tornato a casa. Ne ho approfittato che non ho un cazzo da fare per andare a bermi due birre in centro. Con la scusa che dopo una certa ora non ci sono più autobus per arrivare al capolinea del tram che poi mi porta in centro, ho preso l’unico mezzo di locomozione che mi sono ritrovato in casa: lo skate. I miei sono via, quindi la macchina non ce l’ho, e di bici funzionanti in casa nemmeno l’ombra. È andata finire che me la sono fatta a piedi con lo skate sottobraccio perché fondamentalmente con lo skate sono una sega. Mi piace guardare video di gente che va in longboard, che va giù per le sue belle colline, mi ispira libertà finché vuoi ma io e una tavola con quattro rotelle sotto non siamo fatti per stare insieme. 

 

Al ritorno è stata un po’ lunga, ma mentre cammino non sento il tempo passare perché penso. Lasci i piedi andare per la loro strada e la mente parte per la tangente. Pensi a tante cose. Pensi che lunedì è stata una figata, che avevi l’orale obbligatorio di fisica al quale di solito sega tutti, e che tu l’hai passato brillantemente con un ventitré alzando la media di tre punti e guadagnandoti pure la simpatia del prof. Pensi che sei stato bravo a farti piacere una materia di merda che hai sempre odiato e che sei stato ancora più bravo a tenere botta senza demoralizzarti. Pensi che adesso hai fino a lunedì, quando riprenderanno le lezioni, per stare un po’ solo con te stesso, e magari con gli altri, per ricaricare le pile e fare ciò che ti piace. Prendere una sera, andare in centro così perché ti va di prendere una birra in buona compagnia, cazzeggiare durante il giorno, litigare con la troia della vicina che viene a insultarti perché il cane abbaia e che ti dà dello sbandato dei centri sociali (a me, che in un centro sociale non c’ho mai messo piede!) – Cara signora, in realtà studio medicina e non vedo l’ora che mi capiti sotto mano in pronto soccorso, karma vuole. 

 

Prima ascoltavo il secondo album di MattRach, “Mister Jack”, che è tutto un trip. Mi immaginavo le dita che scorrevano sulla chitarra nei vari riff, la batteria con i suoi trick assurdi che passano quasi inosservati da tanto che si innestano bene nel brano e al basso con i suoi “popo, popopopopo, popopopopo” che venivano fuori dalla mia bocca senza che me ne rendessi tanto conto.

 

Poi ascoltavo il nuovo album dei Marta sui Tubi a tutto volume e lasciavo che qualche brandello di testo innescasse in me pensieri che prendevano forma di discorso. I Marta sono il gruppo che più mi rappresenta in assoluto. Se io fossi musica, sarei tutte le loro canzoni. Sono una cosa pazzesca, ogni pezzo di chitarra, ogni schizzo da malati dei loro primi quattro album, ogni parte più posata, sono tre anni che le canto a squarciagola in macchina senza potermene mai stancare. Ogni giorno, trovandoci sempre del nuovo. Inesauribili. Se i Marta fossero donna, l’avrei già chiesta in matrimonio che una così dove la trovi.

 

Stasera, mentre li ascoltavo, mi son detto che è bello essere di nuovo in contatto con le proprie sensazioni. Mi sono sorpreso mentre mi dicevo, dopo tanto tempo, che amo la mia vita.

 

Non ho più paura di star sprecando il mio tempo e avere ventidue anni, improvvisamente, non incute più così tanto timore.