Siamo carne da macello

Sono in un locale. I musicisti suonano quel misto fra jazz aspro strombettato con intermezzi di cazzeggio e moderato autolesionismo da palco, tipico di chi con la musica ci è rimasto un po’ sotto. Passo un bel momento ascoltandoli e vedendoli delirare, scambiandosi battute sulle loro madri e incitando il pubblico a urlare quanto fanno schifo. Il trombettista avvicina una conchiglia al microfono, facendone uscire suoni mai sentiti prima. Alla seconda birra, la mia vescica decide che devo far spazio per la terza. Vado a pisciare.

Trovo qualche persona in fila, il bagno delle donne si libera e vado in quello. Quando esco, vedo un paio di grandi occhi marroni che mi fissano. Vestita un po’ appariscente, ma con gusto. Mi lavo le mani e la guardo mentre mi fissa allo specchio. Ci guardiamo. Occhi marroni, sguardo intenso e penetrante. Non so bene ciò che dico, è tutto un fluire di parole eleganti ben legate fra loro. Colgo l’attimo. Non sono realmente in controllo di ciò che articolano le mie labbra, è tutto molto spontaneo. Un discorso veicolato dall’alcol sul fatto che se bevi birra e finisci a pisciare nel bagno delle donne a loro non frega, siamo tutti carne da macello. Ciò che gli interessa è venderci la loro birra scadente. Lei ride e continua a guardarmi, divertita.

Mi giro e con quel sorriso da incantatrice e un tono quasi dolce mi chiede se non penso che la realtà possa essere diversa. Ovvio che sì. In realtà nessuno dei due sta prendendo sul serio la conversazione. Le parole fanno da cornice. Ho una fitta seguita da una sensazione di piacevole calore al petto. I nostri occhi parlano fra loro, mettono in comunicazione le nostre sensazioni. Erano anni che non provavo nulla del genere. Peccato non averla più trovata.