Chi si ferma è perduto: la mia prospettiva per i prossimi dieci anni (e oltre)

Viaggiate, visitate, conoscete. Mi è sempre piaciuto viaggiare, da quando andai in Canada con i miei nel 2006 (avevo 15 anni): 5 giorni a Toronto, viaggio in macchina fino al New Brunswick, e ritorno a Toronto, il tutto in tre settimane. Viaggio in cui abbiamo visto tantissime sfaccettature di un paese meraviglioso: dalle grandi città di Ottawa, Montréal e Québec City ai piccoli centri sperduti di Edmundston, Frédéricton, Moncton e le piccole città di pescatori dell’isola del Principe Edoardo, in cui si pescano lobsters grandi quanto un pallone da calcio e si fa il bagno in un’acqua che non va oltre i 14 gradi ad agosto (meraviglioso oceano!). 

 

Quattro anni dopo, Londra. Prima a Pasqua, con i miei e mio fratello come semplici turisti, tre mesi dopo a vivere e a lavorare. Ci sono stato per due mesi nell’estate fra la mia seconda quarta e la quinta. Sono stato quasi contento di aver perso quell’anno, altrimenti con ogni probabilità non avrei potuto fare quell’esperienza che mi ha aperto il mondo. Sono stato indipendente per la prima volta, ho rispolverato e maturato l’idea di voler diventare medico, ho conosciuto gente meravigliosa, fonte di ispirazione, e altra gente un po’ fuori. Ho avuto la fortuna di andare in giro e dirmi che mi piace quel che sto facendo. E ho comprato la prima testata per il mio amplificatore. 

 

Un anno dopo, la Francia, ma con un intento ben diverso: studiare medicina e superare le selezioni del primo anno per essere ammessi al secondo. È stato un anno molto duro, con tanti pianti, perenni momenti di sconforto e la costante impressione che la vita mi stesse scivolando via dalle mani, sensazione che si è protratta per lungo tempo anche dopo il mio ritorno (con in più la frustrazione di non aver ottenuto quel che volevo). Tornato qui, ho dato tutto me stesso per entrare a medicina a Padova e ce l’ho fatta, sono dentro! Più motivato che mai, e lo devo anche all’anno scorso passato a stringere i denti e ingoiare bocconi amari. E dovessi tornare indietro rifarei anche quell’esperienza traumatica, anche se ovviamente in modo diverso (mitico senno di poi).

 

Qui in Italia le cose non sono proprio rose e fiori. Per i giovani non c’è proprio una mazza, è triste da dire ma è così. Questa crisi maledetta sta distruggendo la nostra generazione e probabilmente si è già occupata di quella futura. Emigrare è più che mai un’opportunità per dare un senso al potenziale che qui rimarrebbe inespresso, soffocato da una mentalità che sta collassando su sé stessa. Si respira diffidenza, ignoranza, egoismo. Après moi, le déluge. E poi siamo indietro su tutto: trasporti, insegnamento, politiche sociali e culturali. Anche se l’economia italiana prospettasse miglioramenti eclatanti per i prossimi dieci anni, non potrei rinunciare a vedere altri posti, oltre al fatto che qui non mi sentirei comunque a casa. Mi sono sentito a casa a Lione, e a Londra, benché Francia e UK non siano i paesi dei balocchi, e mi sarei probabilmente sentito ancora più a casa in Canada se ci fossi rimasto per più tempo. Ricordo ancora quando i miei avevano considerato per qualche mese l’idea di andare a vivere lì, ci speravo veramente tantissimo.

 

Nonostante tutto qui ora sto bene: faccio l’università che voglio fare, ho amici di cui mi fido, ho la mia famiglia, non ho preoccupazioni di sorta oltre a fare bene quel che sto facendo. Tuttavia, continuo a guardarmi intorno.

 

L’Australia, ad esempio, non mi dispiacerebbe: ho letto parecchie cose su blog italiani e stranieri che mi hanno aperto un mondo. L’economia tiene botta, il mercato del lavoro è in forma smagliante, le paghe sono alte, lo stile di vita è rilassato. Si dicono tante cose sull’Oz, ma molti sembrano concordare su questo: si respira un’aria di fiducia, energia e rilassatezza. La popolazione è giovane, concentrata in poche cittadine sulle coste; il vastissimo outback, l’entroterra, sembra regalare viaggi al confine con la realtà e alla scoperta di sé stessi. Si è isolati, lontani dal caos del mondo occidentale. Ma emigrare lì è difficile (come per ogni paese fuori dall’UE) e si ottiene un visto permanente solo per una ristretta lista di occupazioni – fra cui quella di dottore. Sembrano esserci possibilità bellissime, anche se difficili da ottenere. Esiste un sito chiamato Doctor Connect, gestito direttamente dal governo, che spiega chiaramente l’iter da seguire per lavorare lì. E così ho deciso: finito il secondo anno di medicina e passato l’esame del primo semestre del terzo (fisiologia) partirò per 5-6 mesi in Oz. Partirò a gennaio 2015 per tornare a giugno dello stesso anno, in tempo per tentare patologia a settembre e non perdere un semestre. Probabilmente approderò a Sydney e da lì chissà. Di sicuro non starò fermo 6 mesi nello stesso posto: viaggerò, mi informerò, mi creerò contatti, magari proprio per trasferirmi in pianta stabile in un futuro non troppo remoto, chissà! Qui in ogni caso le informazioni scarseggiano, ad esempio per specializzarsi in Australia nessuno sembra sapere come fare. Ho letto solo che “è difficile”. Grazie al cocomero, lo avevo immaginato anch’io! 

 

Questo è il mio grande progetto per il futuro. È fonte di una grande motivazione, ma non devo fare l’errore di perdere di vista il presente. So che il mio progetto è la, pronto a essere tirato fuori, e quando verrà il giorno saranno cazzi amari per tutti 🙂

 

Adoro già gli australiani! Hanno un vocabolario tutto loro (ad esempio usano la parola “Barbie” al posto di Barbecue), pensano a passare buoni momenti, a godersela, e non manca mai la birra quando si mangia in compagnia. Quasi quasi, inizio a vivere la mia piccola vita australiana già da qui 😉

 

Soundtrack: Na Na Ni – Fredrik (una di quelle canzoni fighe che si trovano nei video di quei matti che vanno giù per le colline in longboard)

ImmagineFonte immagine: Flickr